Valeria Ottonelli, La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista, Il Melangolo, Genova 2011, pagg.120.

di Fabio Milazzo

Il testo della Ottonelli, che insegna Filosofia Politica ed Etica Pubblica all’Università di Genova, fa parte di un genere letterario che definirei: “critica del presente”. Nei testi di quest’insieme, partendo dalle analisi sulla contemporaneità, in particolare su quegli snodi problematici che segnano le tensioni congiunturali del momento, si cerca di sviscerare le tensioni e i rapporti di forza che si celano dietro orizzonti simbolici e valoriali assunti quali “norma”.

Un modo di procedere che deve molto alle pratiche genealogiche “lanciate” da Nietzsche.

Valeria Ottonelli, nel saggio che presentiamo, “ La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista”, edito per le edizioni de Il Melangolo, si propone di smascherare le “tensioni chimiche” che agitano il moralismo di un certo femminismo molto in voga oggi, quello che recentemente si è scagliato nei confronti della politica “machista” tipica della “corte” di Berlusconi e dei suoi sodali.

La tesi dell’autrice è chiara: il femminismo censorio, quello dei cortei “se non ora quando?”, è una posizione politica e culturale che, nel nome della libertà e della dignità delle donne, esercita una declinazione morale della peggior specie, quella che limita l’esercizio della “costruzione di sé” in nome dei “valori” e del “vero bene”.

Il discorso che anima questa posizione è evidente: l’essere donna è messo in pericolo da politiche maschiliste che riducono l’universo femminile a strumento utile per il soddisfacimento del desiderio del “capo branco”. E’ dunque necessaria una levata di scudi al fine di arginare questa situazione che rischia di ridurre  -nell’immaginario collettivo-  la donna ad oggetto, riproponendo geometrie collettive che il femminismo era riuscito a mandare in soffitta. Bisogna rimodulare il pensare di gruppo orientandolo verso la riscoperta dei valori fondanti lo stare insieme: la famiglia (uomo/donna), il rispetto della vita, del proprio corpo, della sessualità, dell’Altro in quanto “ente pensante”, dei ruoli di genere.  L’implicita violenza che si nasconde dietro questi propositi è chiara.

L’ordine simbolico all’interno del quale questi valori vengono considerati un valore aggiunto è tipico di certe costellazioni consuetudinarie, religiose, tradizionali oggi non più scontate, né ovvie. Sembra riaffacciarsi alla finestra certo dispotismo illuminato che cela la tracotanza insita nel godimento del potere attraverso la maschera ideologica della virtù.

La Ottonelli attenziona uno strano paradosso legato al femminismo moralista di questi anni: se il movimento degli anni Settanta si proponeva di sovvertire logiche e gerarchie che ponevano la donna in una posizione subalterna all’interno della società, veicolando così istanze liberatorie, il femminismo censorio dei nostri tempi si propone di “ri-sanare” la società appellandosi alla “tradizione”, quindi alle gerarchie, ai ruoli costituiti, al rispetto delle parti, insomma al presunto ordine naturale delle cose. E’ un discorso “moralista” che si appella ad una “morale” deleteria che sanziona il “vero” bene ed esclude il “male” in quanto tale.

Ma il “moralismo” è una virtù? Questo l’interrogativo di fondo che l’Autrice vuole mettere in discussione.

Sono diversi i potenziali pericoli scorti dalla Ottonelli dietro l’atteggiamento “censorio” e, almeno apparentemente politicamente corretto, del “moralismo femminista”.

Innanzitutto la celebrazione della pratica medioevale della “gogna”. L’atteggiamento censorio non fa che riproporre geometrie sociali tese a strutturare l’insieme contenente gli “esclusi” sanzionati attraverso l’additamento sociale. Come ha mostrato Giacomo Todeschini (Giacomo Todeschini, Visibilmente crudeli. Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all’età moderna, Il Mulino, Bologna 2007, pagg.309.) nel medioevo l’infamia “intra comunitaria” è il criterio attraverso il quale si strutturano le logiche del potere: da una parte “chi ha diritto di parola”, dall’altra “chi è ridotto al silenzio”. “La pubblica gogna è sempre un male , in una società civile e aperta, ma lo è in particolare quando riguarda la disapprovazione di comportamenti in cui sono implicate le vittime” (p. 12). Le ragazze oggetto delle pratiche di mercificazione alla corte di Berlusconi sono state esposte al pubblico ludibrio e sanzionate in quanto infami, indegne di abitare in quanto cittadini attivi entro lo spazio della comunità.  La denuncia morale, seppur rivolta verso gli abusi sessuali commessi, i rapporti asimmetrici di potere che li avevano consentiti, le pratiche di ostentazione di “uomini un po’ troppo in là con l’età”,  alla fine hanno “colpito” soprattutto le ragazze implicate nelle faccende. La loro colpa è quella di “essersi prestate al gioco per amore del lusso, del denaro, della vita facile”(p.13). La Ottonelli con una battuta efficace: “ se l’intento di questa reprimenda morale era quello di essere dalla parte delle donne, si è trattato sicuramente di un pessimo risultato” (p.13). L’accusa moralista recita: “queste donne non si guadagnano il pane onestamente; non sono come le ‘altre donne’ che invece non sono ‘in fila per il bunga-bunga”(p.13).  Da una parte dunque stanno le donne “perbene”, dall’altra le donne “permale”, proprio un clima da “lettera scarlatta”…

Il paradosso della sanzione operata dal “femminismo moralista” è stato quello di aver ridotto le ragazze della corte di Berlusconi a dei “paria completi”, più in basso nella piramide feudale delle “lavoratrici del sesso”: queste infatti lo fanno “per vivere”, quelle per il lusso e il godimento della carne.

C’è un’altra declinazione possibile di questo “moralismo”: quello di ergersi a giudice paterno (materno, anzi…) che ritiene ingiudicabili queste donne perché “troppo sciocche, sprovvedute e ignoranti” per rendersi conto del proprio agire. In questo caso l’accusa implicita è ancora più discriminatoria: non sono degne neanche della riprovazione sociale, perché, semplicemente, non sono (persone).  Pena e comprensione sono gli unici elementi che si è disposti a conceder loro. Incapaci di intendere e di volere queste donne vengono ridotte ad uno stato di minorità che di fatto le relega ad un ruolo di subalternità “senza se e senza ma”.

Delegare al “moralismo di piazza” ciò che dovrebbe essere perimetrato attraverso la produzione legislativa è molto pericoloso, dovrebbe essere implicito in ciò che abbiamo sopra detto. Chi decide dei comportamenti da discriminare? Secondo quali logiche? Secondo quali valori? Secondo quali interessi?

Valeria Ottonelli

Ciò che dovrebbe dare fastidio, nel caso della corte di Berlusconi, non è la scelta esistenziale delle ragazze coinvolte, ma la mercificazione della politica che esalta il primato del privato sul pubblico. Gli interessi della comunità vengono gestiti secondo modalità nepotiste e clientelari basate sui rapporti di sesso e sulla asimmetria dei rapporti di potere. Da una parte uomini maturi che gestiscono il potere politico, dall’altra ragazze che “vedono” nella mercificazione del proprio corpo l’unica via per emergere socialmente. Un chiaro problema politico che dovrebbe essere gestito nelle aule parlamentari, prima che nelle camere di giustizia; sicuramente non nelle piazze e nei talk show. “Le donne hanno bisogno di più libertà e di più potere, non di stima, apprezzamento e simpatia da parte degli uomini” (p.17).

Il “peccato più grave”, secondo la Ottonelli, di cui si macchia il “femminismo moralista” è quello di pretendere di “costruire” il “migliore dei mondo possibili” a partire dai propri “quadri mentali”, dai propri valori, dalle proprie credenze relativamente a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato. “Una palingenesi morale” che non è altro che un “sogno totalitario” a spese di “chi non la pensa come me”. Presupposti razzisti e classisti animano questi “sogni” che continuano a perpetuare nell’immaginario collettivo la repulsione per l’Altro in quanto tale, percepito nel suo essere diverso, inclassificabile e, quindi, potenziale fonte d’angoscia. Il “femminismo moralista” si anima inseguendo modelli opprimenti e illiberali che, di fatto, veicolano il mai sopito sogno totalitario di una comunità ridotta all’Uno, contrassegnata da un’intelligenza collettiva programmata secondo le ricette del moralismo benpensante di “vittoriana” memoria.

Il volume della Ottonelli si struttura in quattro parti che analizzano diverse declinazioni del fenomeno “femminismo”. Nella prima parte si parla del “corpo delle donne”, il titolo del documentario di Loretta Zanardo, abilmente decostruito nelle istanze moralizzatrici.  Nel secondo capitolo  si discute del ruolo del politico e delle relazioni tra la dimensione pubblica e quella privata a partire dal noto, quanto increscioso, insulto rivolto da Berlusconi alla Bindi in occasione di un dibattito. La Bindi viene elogiata per aver saputo contenere l’attacco becero e privo di tatto di Berlusconi mostrando una non comune consapevolezza dello scarto che deve esserci tra l’attacco personale e il ruolo politico. Nel terzo capitolo si discute del ruolo svolto all’interno della nostra società dalle badanti, additate a vittime della tracotanza delle donne in carriera dell’occidente ricco ed affettivamente sterile. Nel quarto capitolo si giunge al “tema dei temi” per il “femminismo moralista”, vale a dire la celebrazione di una certa idea di famiglia (che non è mai esistita, come mostriamo qui:  La famiglia: storia di una morte che ritorna. ), borghese, eterosessuale, gerarchicamente contrassegnata.

Il testo della Ottonelli ad una prima lettura risulta “scomodo”, fastidioso e, a tratti, “irritante”, perché mette in discussione tante “comode” posizioni celebrate dal senso comune. Proprio per questi motivi è un libro che deve essere letto, perché permette quella “presa di distanza dal sé” e dalle convenzioni sociali che dovrebbe caratterizzare gli esercizi di riflessione critica sul presente.

Valeria Ottonelli, La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista, IL Melangolo, Genova 2011, pagg.120, euro 12.

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4 commenti su “Valeria Ottonelli, La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista, Il Melangolo, Genova 2011, pagg.120.

  1. rozmilla scrive:

    Ovviamente non ho letto il libro, però, se provassimo applicare lo stesso ragionamento “contro-moralistico” ad un’altra situazione sulla quale potrebbero sorgere discreti sospetti di scorrettezza, ad esempio la consuetudine di prendere tangenti in cambio di favori in ambiti amministrativi, credo che riusciremmo senza difficoltà ad assolvere anche i corrotti. E allora? Come la mettiamo?
    Ora, non credo se si tratti di colpevolizzare le persone coinvolte, ad esempio le ragazze di Berlusconi, ma di condannare chi ha il potere (e il danaro) per comprarsi le ragazze, e con questo di porre dei limiti al lecitazionismo dello strapotere, questo purtroppo sì.
    È chiaro che la morale non può mai per definizione essere assoluta, ma ad un certo punto diventa una necessità etica prendere posizione contro lo strapotere del danaro (ma non solo) che sconvolge le relazioni umane. Eccetera.

    • sentierierranti scrive:

      Il testo della Ottonelli critica la deriva “moraleggiante” di tante persone “perbene” (non solo donne, ovviamente, infatti il femminismo moralista annovera tra le proprie file anche tanti uomini) che pretendono di ergersi a giudici della morale pubblica. Il problema è, però, come indicato nella recensione, assolutamente politico, in questo sono assolutamente d’accordo. Resta il rischio di una deriva totalitaria implicita in atteggiamenti che creano esclusioni. Detto questo non mi è sembrato dalla lettura del libro che la Ottonelli percepisca con particolare simpatia quei comportamenti “meschini” che danno fastidio a te (e a me), puntualizza, però, quanto il problema sia politico e non di piazza.

  2. rozmilla scrive:

    Grazie per le precisazioni. Ora ho compreso meglio il panorama, ho anche riletto meglio, e temo che non solo dovrò, ma vorrò leggere il libro della Ottonelli. Uno spartiacque puntuale, ci voleva, perché probabilmente il movimento (Snoq) non è che un calderone populista, che però conosco solo per sentito dire. Perciò, ben venga non farsi ingannare dalle apparenze e scavare un po’ più in profondità.
    C’è stata molta indignazione verso i comportamenti meschini che sappiamo, ma è chiaro che le motivazioni che stanno dietro l’indignazione non sono le stesse, per cui è diverso il modo di affrontarle ed di cercare di porre rimedio, sempre che la cura non sia peggiore del male.
    Ringrazio ancora, e saluto. Milena R.

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