Alessandro Aresu, Generazione Bim Bum Bam, Mondadori 2012, pp. 208.

di Emanuela Catalano

Alessandro Aresu, l’autore del saggio di cui parleremo oggi, è nato nel 1983 a Cagliari; per quale arcano motivo un giovane laureato in Filosofia senta l’esigenza di intitolare il suo scritto Generazione Bim Bum Bam è la questione che tenteremo di dipanare in questa sede. Il titolo è di per sé significativo e richiama subito alla mente i pomeriggi che molti da bambini trascorrevano davanti alla tv. Pur essendo cresciuta senza quei cartoni animati, ho cercato di capire, incuriosita, quali rapporti i cartoni animati potessero tessere con le scelte politiche di un paese, nella fattispecie il nostro paese.

Per spiegare il proprio punto di vista, Aresu parte da una trasmissione televisiva cult che imperversa in Italia tra gli anni Ottanta e Novanta: Bim bum bam, per l’appunto. E racconta tra l’altro di un incontro avvenuto, un incontro se non decisivo, almeno fondativo, vale a dire quello avvenuto tra Cristina D’Avena – l’allegra voce di tanti ritornelli martellanti – e Alessandra Valeri Manera, per la genesi di una trasmissione. Più che di un colloquio però, Aresu intende far leva su altro e spostar altrove l’attenzione, cercando di rievocare il clima di un periodo cruciale – corre l’anno 1981 – che  “si colloca proprio qui: la televisione commerciale, Mubarak, i cartoni animati, «noi siamo stati attesi sulla terra», Xiaoping, l’invenzione di una generazione”, come leggiamo nel libro.

Noi siamo stati “attesi” sulla terra: riecheggia qui in tutta la sua pregnanza la celebre tesi di Walter Benjamin sulla Filosofia della Storia, per l’esattezza la seconda che recita così: “Se è cosi, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una debole forza messianica, a cui il passato ha diritto. Questo diritto non si può eludere a poco prezzo”. Bene: quell’anno (e quel programma) sono per l’autore una spia sintomatica di un immaginario, di uno stile e di tutt’un universo culturale di una generazione mal rappresentata.

Ciascuna generazione ha le sue simbologie, e si porta dietro i propri tormentoni. Ci sono stati i “Ragazzi del ‘99” (inteso come Milleottocento), che hanno combattuto nel primo conflitto mondiale. Oppure i figli dei fiori, cresciuti, negli Anni Sessanta, sotto il Flower Power, tra canne, Beatles e mobilitazione politica. C’è stata poi la cosiddetta «meglio gioventù», mentre oggi ci tocca in sorte di avere gli esponenti della «generazione Bim Bum Bam», quelli cresciuti a pane e cartoni animati, il cui immaginario è stato occupato dalla tv commerciale.

Dai padri fondatori della Repubblica, come ci dice Aresu, siamo passati a legioni di eterni adolescenti con la voglia di restare bambini afflitti dalla cosiddetta sindrome di Peter Pan, che rifuggono persino dalla modica quantità di responsabilità. Anche se non tutti, per carità (e per fortuna). Insomma, i «sempre giovani» che, quando provano a imporsi sulla scena pubblica, trovano le porte rigidamente sbarrate e subiscono la sottovalutazione di una gerontocrazia che non vuole mollare. Si sa, la rivoluzione non è un pranzo di gala, come hanno insegnato i conflitti generazionali del passato, e quindi è difficile pensare di ottenere facilmente e serenamente un posto a tavola avendo sostituito «L’Internazionale» con le strofe di Cristina D’Avena e dopo essere stati cloroformizzati da «Batroberto» e «Perry Nason». E vivendo, per di più, negli anni della Grande crisi economica, orfani di qualunque speranza di miracolo italiano. Tuttavia, la speranza è l’ultima a morire, e (più) di qualche freccia nel proprio arco ce l’ha persino la generazione Bim Bum Bam.

A tenere accese le stelle ci pensano le storie di alcuni giovani imprenditori che hanno avuto idee originali e avvincenti. E, diventate remotissime le possibilità della scalata al cielo e della presa del Palazzo d’Inverno, c’è comunque chi prova a rottamare, più o meno dichiaratamente, una delle classi politiche più longeve e proterve del mondo occidentale. E, poi, si fa strada una modalità, molto generazionale, di affrontare argomenti seri, serissimi, con quel pizzico di ironia che i predecessori troverebbero di sicuro irriverente. Ma per riuscirci bisogna proprio essere passati per «Bim Bum Bam», ed essersi fatti un po’ di anticorpi. Aresu, tra l’ironico e il disincantato, nota come “il miracolo italiano viene sempre tirato per la giacchetta, ma resta uno solo: il miracolo di Mattei, di Mattioli, di Vanoni. Di De Gasperi, di Togliatti, e di tutti gli anonimi che costruirono «Tebe dalle Sette Porte». Nessun altro Grande Miracolo Italiano è stato fatto tra noi. Poi possiamo pure dirci in eterno che la Repubblica dei Nonni è stata grandiosa mentre la Repubblica dei Nipoti appare indegna del suo nome. Ma è lezioso dire che il presente è peggio del passato”.

Impossibile – sostiene ancora Aresu – che nella vita delle nazioni si proceda di miracolo in miracolo. “Che i miracoli esistano o no, ciò che conta è saper vivere dopo che sono finiti, come quando la porta della cameretta si spalanca, alla fine di Bim Bum Bam”.

Esistono i miti fondativi, per esempio l’Eneide. Esistono i programmi televisivi, per esempio Buona Domenica. Bim Bum Bam è entrambe le cose. In questo risiederebbe la sua ‘unicità’. Per questo la società italiana, nel suo complesso, deve smettere di agire come se Bim Bum Bam non ci fosse mai stato, come se la programmazione pomeridiana della tv per ragazzi fosse un aspetto trascurabile dell’esistenza degli esseri umani (…). Bim Bum Bam ha contribuito a costruire la generazione che sta decidendo e che sempre più deciderà il futuro dell’Italia. La Generazione Bim Bum Bam non è ancora stata scoperta dai demografi, ma è nata dal basso delle frequenze televisive, si agita nella pancia del paese e nei polpastrelli, nell’Italia profonda e in quella profonda alla superficie.

La Generazione Bim Bum Bam non è mai stata considerata a dovere. Non è stata coccolata dai sondaggisti, impegnati con gli indecisi e l’elettorato cattolico. È stata snobbata da Giuseppe De Rita e dal Censis nei suoi rapporti annuali. Il giornalismo non è esente da colpe. Oggigiorno, la generazione dei venti-trentenni manca quasi totalmente di considerazione da parte di gran parte degli analisti, che l’hanno presa in esame solo come dato teorico o mera ipotesi di studio. Questa generazione vilipesa e maltrattata in più viene definita, in modo piatto e acritico, solo come un parco giochi abitato dai ‘bamboccioni’ per riprendere l’infelice epiteto dell’ex, per fortuna, ministro Brunetta. Nel corso degli anni, l’agenda politico-mediatica ha concesso uno spazio spropositato ad amenità presto rimosse e cadute nel dimenticatoio; mentre la gente  pensa alle canzoni, e canticchia. C’è un aspetto che vale la pena di sottolineare: la Generazione Bim Bum Bam, tuttora, non riesce a dire “noi”, e rischia di restare muta. È un triste paradosso, ma la generazione rappresentata dalla voce di Cristina D’Avena non ha più voce. Le altre generazioni non sembrano ansiose di farsi carico di questo problema (…). I nati dal 1975 al 1990 hanno avuto pochissimo dall’Italia e avranno ancora meno nei prossimi anni (…). I nostri sogni si sono scontrati con la realtà di un paese ostile, intento a coprire con un largo ai giovani le proprie lacune culturali sul ventennio di Bim Bum Bam e chiamare tutti i membri della Generazione Bim Bum Bam ragazzi. Solo perché hanno seguito la tv dei ragazzi, essi sono ragazzi per sempre. Questa è una presa in giro. Non esistono ragazzi di 30 anni. A chi li chiama ragazzi, i membri della Generazione Bim Bum Bam dovrebbero rispondere con la battuta immortale del gufo Anacleto nella Spada nella roccia, doppiato da Lauro Gazzolo: “Ragazzo? Ragazzo? Non vedo nessun ragazzo”. Il fenomeno della marginalizzazione della Generazione Bim Bum Bam è legato anche a fattori demografici. Le cose sono destinate a peggiorare: nel 2020 i venti-trentenni (fascia di età tra 20 e 39 anni) verranno per la prima volta nella storia d’Italia superati dai cinquanta-sessantenni (fascia di età tra i 50 e i 69 anni), senza che nella seconda fascia siano presenti esponenti della Generazione Bim Bum Bam.

Alessandro Aresu

Internet è ancora una volta la chiave per far sentire la Generazione Bim Bum Bam ‘attesa sulla terra’, una volta per tutte. Grazie a Internet infatti, possiamo riguardare all’infinito le sigle dei cartoni animati. Ogni persona in grado di collegarsi a YouTube può avere un’idea degli effetti del sodalizio di Alessandra Valeri Manera e Cristina D’Avena, suggellato dall’immancabile Silvio. Su YouTube, i membri della Generazione Bim Bum Bam si incontrano, nelle loro camerette, e mettono in comune il loro ‘patrimonio generazionale’. Come può verificare chiunque, la stragrande maggioranza dei commenti alle sigle cantate da Cristina D’Avena e scritte da Alessandra Valeri Manera sono entusiastici. Ascoltiamo il famoso Paese reale: Mi dispiace solo per i bambini di adesso… cosa si sono persi! (commento alla sigla di Bim Bum Bam). Io sono dell’89 e posso dirvi che risentire queste sigle mi mette tanta nostalgia e piango… sniff sniff… sono cartoni memorabili ke hanno fatto della mia infanzia una cosa unica al mondo… e poi lady oscar con la love story di André e Oscar… insomma è uno dei miei cartoni preferiti in assoluto…insieme a quelli con cui sono cresciuta… grazie x la sigla… (commento a Lady Oscar). Ho dedicato alla mia macchina il nome di creamy. ogni volta che aveva un guasto che non mi sapevo spiegare dicevo parin pam pù e subito dopo, la macchina riprendeva vita. allora l’ho chiamata creamy, dopo mai più problemi (commento all’Incantevole Creamy). Guardo questo video e penso: “che merda che è stata la mia vita negli ultimi 10 anni… quanto ero felice all’epoca” (commento al Mistero della pietra azzurra). Anche da questi commenti, è facile individuare i due rischi principali per la Generazione Bim Bum Bam e per il suo programma politico: a) la nostalgia e b) la divisione. Il rischio della nostalgia sterile è sempre dietro l’angolo. La nostalgia, in ultima analisi, è una variante del piagnisteo. Sostenere che non esistono più i cartoni animati di una volta non basta. Sostenere che i bambini di oggi sono meno fortunati dei bambini di ieri non basta. Piangere non basta. Bisogna sempre fare qualcosa. La divisione è un altro male incurabile, perché ritarda il momento in cui ci si sentirà, finalmente, attesi sulla terra. Se la Generazione Bim Bum Bam si perderà nelle sue divisioni, fallirà l’obiettivo fondamentale: diventerà il solito partito, magari raccontando, con disonestà, di essere un popolo. Domanda precisa: cosa è successo nel 1981?
Giocando attraverso 131 domande e risposte precise, Aresu ci svela cosa sia stato il trentennio perduto, dal 1981 a oggi, attraverso un racconto leggero, ironico e pungente, ma anche capace di intuire acutamente le ragioni della nostra decadenza e qui sta l’intuizione più interessante del saggio. Passando per Cristina D’Avena, Travaglio, la Prima Repubblica, la Cina, Lady Oscar, Berlusconi, Prodi, Max Pezzali, Scalfari, Mattei, Dagospia e tanti altri, scopriremo, giovani e meno giovani, che “molti dei nostri problemi derivano dal mancato riconoscimento del’importanza della Generazione Bim Bum Bam. Immersi in questa sottovalutazione, dimentichiamo i sogni e, messi davanti alla realtà, non sappiamo che fare”.

Un libro che tenta di ricostruire l’immaginario, lo stile e l’universo culturale di una generazione mal rappresentata dalle analisi del Censis: circa dieci milioni di giovani italiani che rappresentano invece una collettività più viva che mai, oggi cruciale per il futuro del nostro paese.

Alessandro Aresu, Generazione Bim Bum Bam, Mondadori 2012, pp. 208, € 17,00.

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