Mario Galzigna, Il mondo nella mente. Per un’epistemologia della cura, Marsilio ed., Venezia 2006, pagg. 188.

di Fabio Milazzo

Nel libro che voglio presentare,  Il mondo nella mente. Per un’epistemologia della cura, di Mario Galzigna, viene analizzato il binomio follia-psichiatria. Per meglio dire viene problematizzato il nesso che lega la follia, nel suo darsi patologico, e le modalità attraverso le quali la scienza medica che se ne occupa, la psichiatria, cerca di perimetrarne gli effetti di sofferenza.

A partire dalle analisi di Michel Foucault, esposte nella sua Histoire de la folie à l’âge classique, la categoria di follia viene correlata ad un particolare tipologia dello psichico, non s-ragione ma assenza d’opera, diversa modalità del concatenamento logico (qui logica sta per strutturazione dei processi mentali e non per disciplina connotante le forme del ragionamento corretto) . Il folle è l’Altro per eccellenza.

Il tema della follia è il centro di molte riflessioni filosofiche novecentesche. “Testa di ponte” per un’analitica sulle modalità storiche dei processi di soggettivazione o “cartina di tornasole” utile per rappresentare, anche solo per metonimia, l’Alterità , la follia, in quanto assenza d’opera, è servita alla filosofia per significare quei multiversi organizzati secondo concatenamenti cognitivi non rispondenti alle regole base della logica classica. In tal senso, solo per inciso, puntualizzo quanto il tema della follia svincoli l’analitica del soggetto da equivalenze con modelli computazionali, oggi parecchio in voga, che vengono, in ultima istanza, pensati secondo logiche di tipo binario che poco hanno a che fare con le modalità rappresentazionali dei processi di pensiero.

La follia, se per la filosofia è un microcosmo teoretico, è, però, soprattutto, disagio psichico, sofferenza interiore (almeno nella percezione comune), s-connessione con il Simbolico che condividiamo in quanto comunità. Ferita sulla carne, buio autistico.

Ma cos’è la follia? Anzi, esiste l’oggetto follia? Esiste in quanto ente contraddistinto da un’essenza chiaramente identificabile?

Credo nessuno oggi sarebbe disposto a rispondere con facilità agli interrogativi elencati. Troppo smaliziata e problematica è la nostra percezione teoretica sul tema alla luce delle riflessioni novecentesche, solo alcune delle quali sono state prodotte dall’universo filosofico cui facevo riferimento. Discipline come l’etnopsichiatria, le sociologie, le antropologie, gli studi critici comparati, le psicoanalisi, ci hanno convinto (spero) del “fatto” che la follia  è uno di quegli oggetti vaghi che, per dirla con A.C.Varzi, tanto popolano il nostro universo simbolico rendendo problematica la relazione di senso, in termini di chiarezza, individuale e comunitaria. La follia è un ente che abita il “nostro” mondo pur non appartenendo pienamente alla dimensione del significabile.

Due sfere (almeno)  si compenetrano in relazione all’oggetto follia: una teoretica, necessaria per significarla e, quindi, per simbolizzarla; una “pratica” legata alla necessità di ovviare, contenere, perimetrare, disattivare (se possibile)-  insomma: curare-  la “sua” declinazione patologica con i relativi effetti  di sofferenza e disagio.

Quanto accennato dovrebbe aver chiarito la necessità di non scindere le due sfere, quella teoretica e quella medica,  che, nel caso di un oggetto così vago – e pericoloso-, non può essere “trattato” se non viene adeguatamente “pensato”.

Per questi motivi risulta necessaria l’opera di epistemologia psichiatrica, o di analitica patologica, che da decenni ormai viene portata avanti dall’autore del volume che qui presento.

Il sottotitolo del libro fa riferimento all’epistemologia della cura. Cosa intende l’autore con questa locuzione?

Egli vuol mettere sotto la lente dell’analitica gli insieme di a-priori  che organizzano le logiche di cura psichiatriche. Quest’esercizio di scavo archeologico non risulta essere un mero esercizio intellettuale, infatti, i processi e le modalità attraverso le quali si organizza il lavoro degli operatori della “salute mentale” è il frutto di un insieme di saperi, cioè di procedure e di effetti di conoscenza che un campo specifico è in grado di accettare (Foucault, Dits et éscrits III, 1994, pagg.54 e 55). Conoscere le pre-condizioni che organizzano il concatenamento logico strutturante le pratiche di cura significa individuare dei modelli che fungono da paradigma, al fine di mostrarne la contingenza, la relazione politica con saperi  e poteri, la natura evenemenziale.

L’autore, docente di “storia della cultura scientifica” e di “etnopsichiatria e psichiatria clinica” presso l’università Ca’ Foscari di Venezia, da anni si occupa di fornire alla psichiatria clinica quegli attrezzi concettuali necessari per cercare di definire, in un processo potenzialmente infinito, i margini della follia e delle pratiche attraverso le quali ci si relaziona con questo Altro mai pienamente inscrivibile nel registro del senso.

Mario Galzigna

Il lavoro di Galzigna, esplicitato nel volume, si propone di diffondere nell’universo degli operatori della “salute mentale” la necessità teoretica di oltrepassare (nel senso Hegeliano) quelle istanze oggettivanti che in psichiatria tendono a ridurre il soggetto folle  ad una cosa rotta da “aggiustare” attraverso pratiche ortopediche che, postulato il “guasto”, operano per ristabilire una norma presunta tale. Questa norma, a ben vedere, non è facilmente definibile. Spesso si procede per “aggiustamenti successivi” e  tentativi ulteriori, nella speranza di raggiungere uno stato che si presume ma di cui non si riesce a fornire una perimetrazione concettuale. Proprio qui interviene il lavoro dell’epistemologo che questa definizione problematica dell’oggetto cerca di produrre.

Interessante, nel volume, è il taglio “biografico” che situa il discorso e la relazione dell’autore con la follia, all’insegna della dialettica Engagement und Distanzierung, coinvolgimento e distacco. Questa “scelta” non è da intendersi quale mero “vezzo” stilistico ma riguarda un’intuizione che fu per certi versi già di Nietzsche  e che l’autore  presenta così: “ è contraddittorio scrivere scrivere sull’empatia in maniera fredda, asettica, neutrale, impersonale. Chi scrive sull’empatia dovrebbe comprendere e rendere accessibili al lettore le proprie dimensioni emotive, le proprie potenzialità affettive e altruistiche: dovrebbe, in altri termini, coniugare le proprie specifiche attitudini e competenze metacognitive –le stesse che portano a costituire se stesso come oggetto di descrizione e analisi-con una specifica capacità di mettere in scena le modalità del suo coinvolgimento affettivo: le modalità del suo altruismo, del suo darsi e dare affectus”( p.15). La considerazione espressa da Galzigna vale tanto più per coloro i quali scrivono esplicitamente di “salute della mente”: essi devono essere in grado di mettere in chiaro il proprio vissuto emotivo, quello che organizza il piano di immanenza   attraverso il quale si concettualizza la realtà.

La peculiarità del lavoro di Galzigna è quella di non essere una mera “astrazione da tavolo”, infatti, egli può vantare tra le esperienze personali un periodo di “lavoro sul campo” come osservatore delle pratiche psichiatriche. Ricerca d’archivio e prassi sono gli ingredienti che strutturano la  proposta teoretica del volume che “implica una complementarità e una stretta correlazione , per dirla con il Doctor Seraphicus, tra intellectus e affectus, tra coscienza e amore, tra sapere e coinvolgimento affettivo” (p. 14) al fine di rendere la cura dell’altro non un’opera ortopedica ma una relazione che implica la strutturazione di un Mondo, quello composto dalla diade medico-paziente, capace di veicolare il sofferente fuori dalle spire del dolore incarnato.

La dimensione dell’empatia fa da “battistrada” alle analisi di Galzigna che sottolinea quanto risulti asettico, e in definitiva inutile, procedere ad argomentazioni e ad analisi sulla dimensione affettiva del processo di cura, senza sviscerare il vissuto emotivo di chi questi discorsi li produce. In altre parole: non si può rendere discorsiva l’affettività senza “mettersi in gioco” personalmente. Tra le righe sottolineo quanto questa indicazione dovrebbe essere fatta propria anche da tanti filosofi che si occupano di soggettività e di processi di assoggettamento. Per dirla con Nietzsche: possiamo discutere di “come prestiamo predicati alle cose” senza mettere al centro del discorso il “chi è” del soggetto che quest’operazione compie?

Altro elemento sottolineato dall’Autore è la necessità per il terapeuta di un processo di sospensione e di messa tra parentesi del proprio universo trascendentale al fine di poter accogliere il vissuto e il carico emotivo del sofferente. Un’epochè metodologica funzionale all’accoglimento dell’Altro. La costruzione di una dimensione della vacuità entro la quale prendere le distanze da se stessi. Quest’ultimo tema, non a caso, era al centro delle ultime riflessioni di Michel Foucault, autore da sempre studiato con particolare attenzione e profitto da Galzigna.

L’intero volume è attraversato dalla ricezione problematica di un’intuizione della filosofia del Novecento: la messa in discussione del cogito cartesiano.  Il soggetto è il frutto di condizionamenti e di coartazioni che lo producono ma che lasciano in eredità  delle energie potenzialmente  utili per la resistenza  biopolitica. Cogliere il carattere multidimensionale della soggettività significa declinare il concetto di normalità secondo molteplici sfumature, in grado di non ridurre L’Altro, in questo caso il sofferente,  al medesimo, allo stesso, all’Uno.

Il testo si struttura in due macro-sezioni: Epistemologia della connessione e psichiatria e Aspetti psichici e relazioni. E’ preceduto da una prefazione a cura di Fausto Petrella. Conclude un epilogo che delinea e riassume il punto di vista che anima l’opera. In una interessante appendice viene collocato un dialogo tra l’autore e lo psicoanalista Agostino Racalbuto.

Mario Galzigna, Il mondo nella mente. Per un’epistemologia della cura, Marsilio ed., Venezia 2006, pagg. 188, euro 12.

Un commento su “Mario Galzigna, Il mondo nella mente. Per un’epistemologia della cura, Marsilio ed., Venezia 2006, pagg. 188.

  1. sentierierranti scrive:

    Sono d’accordissimo.

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