Simone Weil, Quaderni. Volume Primo, a cura di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1982, pp. 403.

di Emanuela Catalano

Vogliamo oggi presentare il Primo dei quattro Quaderni della Weil, pubblicati postumi e che costituiscono una preziosa miniera di informazioni, circa il sentire e l’inquietudine di Simone negli ultimi mesi del suo purtroppo breve passaggio su questa Terra. Il quaderno, raccolta di appunti scritta in parte su fogli sparsi e non solo, traccia l’itinerario della Weil da New York all’esperienza londinese di France Combattente e fu consegnato ai genitori dopo la sua morte. Allentatasi la morsa dell’angoscia che l’attanagliava, la scrittura in esso riprende finalmente a fluire in maniera continua e incessante.

Leggere, riflettere, scrivere: questo il compito cardine di Simone, la quale nutrì spesso l’impressione di esser venuta meno al suo dovere e volle fermare in un taccuino gli ultimi pensieri: testimonianza del fatto che ebbe sempre il presentimento della fine. Il timore di mancare la propria morte sembrò per un attimo avverarsi. Chiusa nel ruolo di intellettuale cui la costrinsero le autorità, ella non poté corrispondere all’aspettativa dirimente del suo pensiero, vale a dire quella di voler vivere nella propria carne la tragedia di milioni di esseri umani e di esperire la loro sofferenza.

Perrin e Thibon ebbero sentore di trovarsi davanti a una “personalità eccezionale, anomala nel modo di instaurare rapporti personali, intransigente nelle proprie convinzioni pervenute a un grado estremo di purificazione”. In lei, si fa strada sin da subito l’esigenza, l’urgenza anzi di ripensare i principi sociali, politici e costituzionali su cui ricostruire l’Europa. La Weil possiede una capacità di analisi e costruzione teorica, una riflessione razionale senza pari, e fu conosciuta negli ambienti sindacali e politici della Sinistra. Thibon parla di una dimensione del tutto ignota che potrebbe andare incontro a incomprensioni e strumentalizzazioni, mentre padre Perrin appare preoccupato del fatto che il suo volersi porre a tutti i costi al servizio della Verità e dell’amore potesse richiedere un esercizio di distacco e attenzione per ogni minima manifestazione dell’amore divino di per sé “incompatibile con gli anatemi dei corpi sociali costituiti”. L’idea della partenza si accompagnò sempre alla certezza del non ritorno: solo nella prospettiva di un impegno diretto nella tragedia bellica avrebbe potuto realizzare le condizioni interiori per riversare sulla carta con crescente intensità e senza concedersi pause quanto si andava accumulando in lei. La scrittura più intensa si accompagna al crollo fisico.

Manca, nei Quaderni, un criterio sistematico, e il carattere dello scritto è frammentario. Se solo avesse avuto più tempo, Simone avrebbe probabilmente conferito un ordine a quella massa disordinata di appunti, pensieri; ella sapeva quale forma ben precisa dare loro, la forma a lei più congeniale resta il testo breve. E se invece fossero stati definitivi, quale il continuo fluire in un processo atemporale, con un ritmo che esclude ogni sistematicità, riflesso di una esistenza intima travagliata?  Le molteplici letture che dell’opera sono possibili si riferiscono alla contraddittorietà dell’esistente, al distacco di ogni fine determinato, alla necessità inerente al suo stesso pensiero, pensieri non coordinati gerarchicamente e che fluiscono – liberi – fino a quando non emerge l’equilibrio, in un rapporto che è tensione inesauribile, dialettica di finito e infinito. La verità sta nel rapporto, nella mediazione (la parola greca cui ricorre in tal caso è methaxiù), cogliere l’insieme che non sussisterebbe senza tutti i tasselli che lo compongono, riempire lo spazio con l’amore, sintesi di conoscenza scientifica e metafisica, di natura e soprannaturale, con l’Amore che è Dio e ci parla nel silenzio. Ciò che colpisce è la luce che irradiano questi Quaderni rispetto alla precedente produzione letteraria, dall’incontro con i testi sanscriti emergono in tutta la loro forza e virulenza termini come amore, necessità, forza, equilibrio, bene, desiderio, sacrificio, vuoto, limite, bellezza, sventura: affiora in pieno la miseria della Filosofia occidentale. “Nella bocca di quasi tutti, quelle parole sono carcasse deformi da cui nessuno ne esce illeso nel pronunciarle; sotto la penna di Simone Weil, tornano a essere cristalli misteriosi” per dirla con Gaeta, e solo un matematico dell’anima come lei poteva essere in grado di riassumere e esprimere mirabilmente. Ancora oggi alcune sue espressioni si rivelano in tutta la loro lungimiranza e attualità disarmante al tempo stesso, come quando leggiamo:

A partire da un certo grado di oppressione, i potenti arrivano necessariamente a farsi adorare dai loro schiavi. Perché il pensiero di essere assolutamente costretto, zimbello di un altro essere è un pensiero insostenibile per l’essere umano. Allora […] non gli resta altra alternativa se non persuadersi che le cose stesse a cui lo si costringe le compie volontariamente”.

Simone fu davvero una pensatrice eclettica, versatile e originale, così giovane e attiva, così “viva” mentalmente, così filosofica e pregnante nel pensiero. Oltre a disquisire di matematica con l’amato fratello André, vengono riportate le riflessioni sull’universo, il senso del mondo, della creazione, l’interrogazione sul tempo, sulla realtà o irrealtà di tutte le cose. Tema costante che sottende l’intero suo pensiero rimane la sofferenza degli oppressi, la volontà di farsi tutt’uno con gli ultimi della Terra. La morte, la vita, l’amore, l’odio, le sensazioni, accettare quel che si è, amare l’altro, l’obbedienza a Dio fino a “leggere nelle stelle che si è mortali”. L’oltrepassamento del limite, l’amore della necessità, accettare tutto ciò che accade. Non si sa se sapesse dello sterminio. Quel che ricorre con costanza nei suoi scritti è la consapevolezza di dover contemplare a lungo il tramite e accettarlo, dal momento che prendere atto del vuoto significa aprire le porte alla Grazia. Leggendo queste pagine, non c’è un rigo che non vorreste sottolineare, una frase che non vi colpisca e che non vorreste incidere nei cuori e nelle menti. E qui concludo, auspicando di aver instillato la curiosità di mettersi alla ricerca di questo meraviglioso libro che purtroppo non si trova più se non a fatica frugando negli scaffali delle biblioteche.

Simone Weil, Quaderni. Volume Primo, a cura di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1982, pp. 403.

Un commento su “Simone Weil, Quaderni. Volume Primo, a cura di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1982, pp. 403.

  1. liv scrive:

    Mi è rimasta impressa questa frase, che credo sia contenuta proprio in uno dei Quaderni (letti anni fa grazie al prestito bibliotecario): “Ogni cosa più piccola dell’Universo è soggetta alla sofferenza”. Mi pare suonasse così. La forza dei Quaderni credo stia proprio nel loro carattere frammentario, nella durezza della prosa, nella misteriosa conoscenza alla quale la Weil sembra attingere nonostante il suo purtroppo breve (ma intenso) “passaggio sulla Terra”. Grazie per il post: spero ne seguano altri su questa autrice.

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