Michela Marzano, Volevo essere una farfalla, Mondadori 2011, p. 210.

                                                                           

 di Emanuela Catalano

 Il 30 agosto 2011 è stato pubblicato l’ultimo libro della Marzano, affermata filosofa italiana che vive in Francia ormai da anni, edito dalla casa editrice Mondadori: Volevo essere una farfalla”.

Volevo essere una farfalla” non è un libro sull’anoressia com’è stato da taluni definito forse troppo frettolosamente, ma piuttosto un racconto sul come l’anoressia l’abbia accompagnata per anni, costringendola quasi a sopravvivere più che a vivere, a rimettersi quotidianamente in gioco e in questione a prezzo di dure lotte con se stessa, a voler infine riprendere a vivere a tutti i costi.

L’autrice ci fa dono di un libro autobiografico il cui tema centrale verte sul modo in cui l’anoressia le abbia insegnato a vivere, ad accettare i difetti, l’imperfezione, il non poter tenere tutto sotto controllo. L’ordine, la ragione, la perfezione, il controllo del cibo: un diktat della mente sul proprio corpo che per anno l’ha ossessionata e quasi annientata.

Quello che emerge dalla lettura del libro è un grido di sofferenza, pagina dopo pagina, rigo dopo rigo, l’urlo di un corpo spezzato [brisé] e lacerato che vorrebbe tornare ad essere leggero, leggero come una farfalla come recita il titolo, libero dal peso, dalle oppressioni, dalle incombenze e dalla gravità del vivere quotidiano. Chi tenta il suicidio è di norma una persona che desidera la vita con tutte le proprie forze, proprio come la Marzano che, con il cibo, instaura un rapporto ambivalente e patologico fin da adolescente e che la porterà al confine tra la vita e la morte, relegandola a vivere in bilico sul filo sottile che le separa. Ma Michela non vuole rifiutare la vita, non disdegna il cibo: lei ha fame, fame insaziabile di vita, di affetto, di cibo, di conoscenza, di tutto: per la prima volta racconta di essere sempre stata eccessiva, di innamorarsi troppo, di pretendere troppo da se stessa e dagli altri, di impegnarsi troppo.

 Quali sono i meccanismi che si insinuano poi in una bambina ancora piccola, che si sente abbandonata dalla madre ricoverata in ospedale per due settimane, e che esperisce giorno dopo giorno un complesso rapporto con un padre autoritario il quale esige da lei sempre e soltanto la perfezione assoluta? Ecco insinuarsi la dicotomia tra l’essere e il dover-essere, tra ciò che si è veramente, che si desidera –  un’adolescente con tutti i sogni, desideri e aspirazioni – e il tu devi kantiano, la necessità di dover essere sempre la più brava della classe, la più preparata (lei stessa lo ammetterà: “Non è da tutti vincere il dottorato alla Normale”), anche se poi si laurea con i suoi 35 chili e i capelli che le cadono perché doveva essere la migliore, a dimostrazione del fatto che lei è speciale, che ce la può fare, nell’erronea convinzione che suo padre non la amerebbe se non fosse così. Emergono così paure, violenze, ricordi del passato, che è sempre lì, dietro la porta, pronto ad assalirci se i nostri meccanismi di difesa non vigilassero costantemente.  Quanta difficoltà e fatica nel liberarsi da quei retaggi ancestrali e dalle norme che ci vengono inculcate sin da bambini, e che ci portiamo dietro, dovunque andiamo. Non basta allora scappare, non è sufficiente dimenticare, è necessario soffermarsi attraverso un incessante esame di se stessi, parlare e affrontare definitivamente tutte le paure.

L’autrice (foto) parla in seguito anche dei suoi rapporti con gli uomini, degli uomini che ha incontrato sul suo cammino e che non amano vedere una donna che piange perché si sentono fragili e disorientati dalle lacrime, e che la lasciano anche se lei è la donna della loro vita.

Anche in amore Michela sembra volere o tutto o niente, mentre l’unica cosa al mondo che più desidererebbe è quella di essere abbracciata. E non importa se lui è più grande, se è il suo professore, se l’abbandona, l’importante è dirlo sempre e comunque, come se le parole non dette perdessero di consistenza rispetto al mero pensarle: ecco spuntar fuori l’espressione più temuta e desiderata al tempo stesso, ti amo. Cinque lettere che in italiano suonano in una determinata maniera:  è infatti diverso dire ‘ti amo’ da ‘ti voglio bene’, o ‘mi piace’. Ma il ti voglio bene non le basta, non la soddisfa, lei vuole di più. E qui entra in gioco la lingua francese con tutte le sue accezioni, sfumature e ambivalenze.

Ricominciare a studiare una lingua sconosciuta, che suo padre conosce poco, lei in Francia ci è andata per seguire un uomo che pensava di amare e non perché si considerasse uno di quei cervelli in fuga di cui oggi è tanto di moda parlare, tornare a fare analisi in francese, in una lingua che non è la sua, non è la lingua materna, la lingua del cuore e del pensare. E l’inconscio, in che lingua ci parla l’inconscio? Ed ecco la scissione interiore di Michela, l’italiano che le fa dire ti amo, emblema della sua vita passata in Italia, e il francese del je t’aime, un peu, beaucoup, passionnément, à la folie.  Da una parte, c’è l’amore vagheggiato, sognato, anelato: quello impossibile. Proprio perché impossibile, esso non esiste nella realtà. E dall’altra parte, c’è quello vero, fatto di quotidianità, di condivisione, di discussioni, di piatti da lavare impilati nel lavandino e vestiti da stirare, quello che deve limitarsi ad accettare l’altro per quello che è, in quanto altro, la cui alterità sarà sempre irriducibile, non potrà mai essere fagocitato o del tutto inglobato dal Medesimo, proprio perché le persone non si cambiano, ma si possono solo smussare gli angoli, accettare insieme dei compromessi, cercare di ammorbidirle. E poi c’è sempre quella porta che dev’essere lasciata aperta, affinché l’altro si possa sentire libero di andarsene quando vuole, se è quello che desidera. L’altro potrà starci accanto, certo, sempre a modo suo, perché non è un nostro riflesso, costruito a nostra immagine e somiglianza, non sarà mai come lo vorremmo. Anche se le ferite non si rimarginano mai completamente, anche se quello che ci fa star male continua a gridare dentro di noi, anche se parlare era diventato necessario per poter fare pace con se stessi e poter spiegare i motivi per cui si è diventati quel che si è oggi, ci sono sempre delle stanze segrete, dei segreti intimi che nessuno conoscerà mai, cui gli altri non potranno mai accedere. Ed è a questo che serve la filosofia: la filosofia non è una disciplina arida, il sapere nobile par excellence proprio perché non serve a nulla.

La filosofia deve insegnare l’arte di vivere, la gioia, deve poter raccontare il dolore, la morte e la finitezza ma deve anche aiutare a superare i conflitti, le contraddizioni, ad accogliere i difetti, a perdonarsi, accettarsi ed essere maggiormente indulgenti verso se stessi.

La filosofia non servirebbe a niente quindi se la si riducesse in un sistema di tesi e antitesi, se fosse resa sterile, svuotata di contenuti, impoverita allorquando si pretende di spiegare tutto lo scibile racchiudendolo all’interno di un sistema metafisico rigido e valido una volta per tutte. In realtà non esistono verità o spiegazioni incontrovertibili: non la si può banalizzare declassandola a ricetta per la felicità; la filosofia è e deve essere spirito critico, occhio lucido e disincantato sulla realtà e deve poter aiutare a sfuggire allo specchio deformante dello sguardo di altri.

Questo in definitiva il messaggio della Marzano, che condividiamo in pieno e ringraziamo, per aver voluto mettere a nudo il proprio cuore e la propria anima, per aver saputo accettare le contraddizioni, superato il timore dello sguardo critico e pietrificante di altri, e averci fatto dono di questa preziosa e coraggiosa testimonianza. 

Michela Marzano, Volevo essere una farfalla, Mondadori 2011, p. 210, € 17,50.

9 commenti su “Michela Marzano, Volevo essere una farfalla, Mondadori 2011, p. 210.

  1. Francesca scrive:

    E per quante anime e’ così ……

  2. Dario Petrolati scrive:

    ho letto il libro
    mi sono studiato la stupenda mente di Michela
    ho sempre pensato
    che la sua irrequietezza
    faccia parte di certa cultura
    che affascina e turba
    in ogni ora di giornata.
    La ritengo generosa amica
    grazie Michela
    anche per la solidarietà reciproca,
    dario.

  3. Maria scrive:

    E’ un libro molto doloroso per me, è come penetrare nel segreto nascosto di mia figlia anoressica, l’ho letto per cercare di capire, per trovare una logica a tutto questo, ne esco con un peso enorme, con un dolore lancinante che mi strazia il cuore. e con la disperazione di sapere che nulla posso fare contro questo sintomo, come lo chiama Michela, per aiutare mia figlia. Una sola cosa vorrei chiedere a Michela Marzano, tu pensi che questo libro possa essere letto da mia figlia? che la possa aiutare? Rispondimi ti prego!

    • sentierierranti scrive:

      @Maria.
      Rispondo in quanto amministratore del sito. Ti sono vicino, ho esperienza dei “sinthomi” che si inscrivono sulla nostra carne lacerandola, rendendola cieca per il troppo “dolore”. So che questo libro, come molti altri su quest’argomento, (penso a quelli del gruppo che fa capo a Recalcati sulle “patologie del vuoto”) indica chiaramente quanto l’anoressia sia “figlia maledetta” di questi tempi contraddistinti dalle “passioni tristi” e che più che di una malattia organica sia un tentativo di dire qualcosa, anche se confuso e a tratti. incomprensibile nelle sue modalità espresisve.

  4. MARIA scrive:

    Grazie per avere in qualche modo condiviso il mio dolore.

  5. Rosa Filia scrive:

    E’ un libro che deve essere letto ,anche da tua figlia, Maria.Riesce a dare speranza e forza per reagire.;ai genitori offre l’opportunità di un preciso esame comportamentale ed un aiuto ad affrontare la difficoltà del momento: UN augurio di cuore ed una viva partecipazione.Rosa.

  6. MARIA scrive:

    Grazie Rosa, seguirò il tuo consiglio e comunque era quello che volevo sentirmi dire. Sono una mamma disperata e non auguro a nessuno questo dolore. Le stò provando tutte e non mi arrenderò, voglio e devo salvare mia figlia! Grazie di nuovo!

  7. cristiana scrive:

    Michela Marzano ci ha lasciato un dono con parole che solo lei poteva trovare, perchè vive la vita con la sua anima allo scoperto e ama indifferentemente ognuno di noi e sente il bisogno intrinseco di essere compresa ma soprattutto di comprendere, accettare e amare gli altri! Siamo tanti quelli che soffriamo di invalidanti malattie psichiche inguaribili che diventano, nostro malgrado, compagne della nostra, badate bene, non vita ma soppravivenza e spesso mi chiedo quante anime, come le nostre, avrebbero bisogno di un aiuto concreto che poi, in realtà, non si possono permettere. Nella mia triste esistenza ringrazio lei, questa meravigliosa anima sensibile che con la sua intelligenza e la sua umanità, mettendo a nudo una parte della sua vita ha dato, forse anche inconsapevolmente, a noi che leggiamo il suo libro, la speranza che anche noi, come lei, un giorno potremmo dire di essere riusciti a VIVERE! Grazie Michela….grazie di cuore…ora forse riuscirò a combattere con maggior vigore per ritrovare una vita persa da tempo…….ancora grazie!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...