Il Piano di immanenza: un “serbatoio” inconscio .

di Fabio Milazzo

 

<<Ogni concetto filosofico è un tutto frammentario che non si adatta ad altri concetti poiché i contorni non coincidono>>.

Gilles Deleuze, Felix Guattari, Che cos’è la filosofia?, Einaudi, Torino 1996.

 

L’Orizzonte di senso.

Ogni creazione concettuale deve la propria singolarità al “piano di immanenza” all’interno del quale si iscrive. Secondo Deleuze, la validità veritativa della singola produzione concettuale è cor-relata alle condizioni della propria produzione.

Cosa significa ciò?

Secondo Deleuze, i concetti sono il prodotto di  un senso legato al “piano di immanenza” di riferimento. Ogni pensiero ha la “verità” che le proprie coordinate di produzione gli consentono. Giudicare il pensiero dei filosofi equivale, secondo questa prospettiva, ad assumere una posizione insensata, tipica di chi dis-conosce la natura singolare dei “piani di consistenza” e dei concetti che in essi trovano la propria genesi. Ogni produzione concettuale si inscrive in un gioco veritativo che è tale solo in relazione a certe pre-condizioni che ne determinano l’orientamento.

Forzando, ma non troppo, il discorso, possiamo immaginare questo piano come un “pre-luogo”- inattingibile ad una analitica razionale dei fini e delle cause- entro il quale si determinano le “condizioni di possibilità”, le logiche di una certa “immagine del pensiero”.

Come risulterà chiaro, ogni pensatore situerà  il proprio procedere cognitivo entro i “sentieri” di un “piano” che produrrà le proprie possibili condizioni di verità. Non esiste il “piano dei piani”, o, per citare Lacan (foto), “non esiste meta-linguaggio”, quindi non è possibile giudicare un “pensiero” al di fuori delle coordinate che lo hanno reso possibile.  Secondo un procedimento ricorsivo senza fine, infatti, le cause del pensare sono il portato di una certa “inclinazione” del piano entro il quale “accadono”, e non è quindi possibile giungere alla “causa delle cause”, almeno di non postularla necessariamente quale “Assente necessariamente presente”.

L’Assente.

Questa “Assenza”, secondo noi, può essere pensata alla stregua della “das Ding” Freudiana, ripresa, e ri-concettualizzata da Lacan nel seminario VII sull’Etica della Psicoanalisi”. “Essa” è all’origine della ex-stasi, della costituzione estatica del “piano di immanenza” entro il quale si inscriveranno le produzioni concettuali. Queste ultime sono da intendersi quale fenomeno derivato e secondario: l’attività cognitivo-teoretica del soggetto, in questo caso il filosofo.

In principio c’è la “beanza dell’inconscio” Uno-Tutto, irrappresentabile, perché non facente parte né della dimensione dell’Essere né di quella del Non-Essere[1], bensì di quella dell’oltre-Limite pre-ontologico.

La beanza dell’inconscio potremmo definirla pre-ontologica. Ho insistito molto su questo carattere troppo dimenticato della prima emergenza dell’inconscio, che consiste nel non prestarsi all’ontologia .Infatti, quel che si è mostrato a Freud, agli scopritori , a coloro che hanno fatto i primi passi, quel che si mostra ancora a chiunque nell’analisi accomodi per qualche istante il suo sguardo su ciò che è proprio dell’ordine dell’inconscio , è che non è né essere né non essere, ma è del non-realizzato…La causa inconscia è una funzione dell’impossibile”[2].

Questa stato di beanza si interrompe per un Evento (la “grande” allucinazione dell’incontro con l’Assente) che segna la genesi del soggetto attraverso lo strutturarsi della dimensione del Piano  entro – e attraverso- il quale si strutturerà la produzione concettuale tipica dell’universo ontologico degli enti.

Dobbiamo essere chiari. Il Piano di Immanenza è quell’intuizione pre-concettuale, e quindi pre-filosofica, che orienta il pensiero lungo “certi” sentieri. L’inclinazione del Piano determina il “verso” del pensare.  Deleuze definirà questa “inclinazione”con la costruzione linguistica: immagine del pensiero[3]

L’immagine è quel “non-detto” che indica cosa significa pensare, come si deve pensare, come si deve costruire una semantica. Per certi versi è il “Principio di realtà cognitiva” di Freudiana memoria. Il filosofo è quel cattivo maestro” che lavora per decostruire in continuazione l’immagine del pensiero considerata “unica e sola”.

In Principio, però, c’è soltanto dell’Indefinito, una vacuità carica di senso (pre-ontologico) entro il quale è virtualmente presente il soggetto e l’oggetto, entrambi soltanto nella dimensione del possibile. Postuliamo che da questo “indefinito”, a seguito del Primo incontro-perdita con ciò che diverrà l’Assente, si strutturi quel piano di immanenza entro il quale si “darà” il rapporto soggetto-oggetto tipico della dimensione dell’Essere.

Il Piano è il luogo dove il pensiero ha origine, appartiene alla dimensione dell’extra-essere poiché riguarda l’orizzonte di possibilità del rapporto teoretico “soggetto-oggetto”. Quanto detto dovrebbe rendere chiaro che nessun attività cognitiva è in grado di produrre semantiche discorsive positive sul Piano che, secondo un gioco di “scatole cinesi”, contiene ciò che dovrebbe “significarlo”. Per tal motivo, in Che cos’è la filosofia, Deleuze e Guattari, diranno che un pensiero privo di immagini è una illusione ma anche che, in definitiva, nessun pensiero può produrre un concetto capace di “dire” ed esaurire il “Piano”.  Il procedere cognitivo può soltanto, attraverso un’opera di continua approssimazione, avvicinarsi verso quel “centro” che risulterà sempre “differito”.

Ciò che origina il pensiero è della dimensione dell’extra-essere, del non pensiero e ciò inserisce all’interno del discorso filosofico un elemento trascendentale che non appartiene alla dimensione del pensare quanto ad una che la “precede” (ma non verticalmente), indirizzandola.

L’Immagine.

Questa dimensione, che Deleuze, lo abbiamo, visto chiama indifferentemente “Piano di immanenza” o “immagine del Pensiero” è contraddistinta dall’ordine del “senso” che spinge, indirizza, incanala, il procedere cognitivo determinandolo secondo logiche estranee a quelle della “formalizzazione classica”.  

Consideriamo, con Lacan, questa spinta, il “resto” di quell’estasi iniziale durante la quale si è smarrita l’Assenza. Le modalità attraverso la quale si cercherà di rimediare, illusoriamente, a questa “perdita” determineranno lo strutturarsi del “Piano” e il tentativo successivo di raggiungere, desiderando, l’Oggetto mitico attraverso il rapporto ontologico.

Detto ciò si comprenderà quanto la filosofia, quale “scienza dei fondamenti” abbia in sé il germe della propria destrutturazione trasformante. Nuove metafisiche, frutto di ibridazioni necessarie, attendono di essere “scritte”.  

Ricapitoliamo.

Quanto affermato inscrive il “non detto”, entro i “giochi teoretici” del linguaggio filosofico. In altre parole, non esiste un procedere “puro” del pensiero che risulta essere sempre il frutto di una certa “inclinazione”, di una certa intuizione, che mai si da’ al pensiero stesso essendone la pre-condizione.

I concetti e il piano sono strettamente cor-relati ma, afferma Deleuze, non devono essere confusi. Il Piano di Immanenza non è un concetto, né è il meta concetto. Con una metafora che ritroviamo anche nei sermoni del maestro Dogen (foto), Deleuze paragona i concetti alle singole onde del mare che si susseguono una all’altra, il piano è l’onda unica che tutto avvolge o il mare nella sua interezza in cui i singoli moti ondosi si “dibattono[4]”.

Il Piano è singolare nella sua individualità, secondo livelli sempre diversi. Esiste anche un Piano della comunità. I Greci avevano un piano che ha prodotto alcune invenzioni concettuali legati alla loro unicità. Il Piano è Uno ma si differisce nel movimento sempre in atto, sempre diverso. In questo caso la metafora del mare e delle onde sembra rendere l’idea.

Il Piano è l’Uno orfano dell’Evento estatico che ha originato il soggetto [5], sempre in divenire, sempre in singolare specificazione in relazione alle singole determinazioni. I concetti sono tali nella loro singolarità in quanto produzioni di questo Uno sempre diverso.

Il concetto di “cogito” analizzato da Deleuze[6] ben chiarisce quanto sopra affermato.

L’invenzione di Cartesio ha senso soltanto in ordine al particolare piano di riferimento e alle coordinate in cui si situa la creazione.  L’io di Cartesio è formato da tre componenti[7]: dubitare, pensare ed essere. Il concetto è un tutto frammentario costituito da ordinate intensive, rapporti di forza, dati dalla inter-relazione delle sue singole componenti, iscritte su di un piano di immanenza.

La “creazione” di Cartesio non ha un riferimento dativo, in quanto il suo senso è legato al piano su cui si inscrive, quindi chiedersi se il cogito cartesiano esiste oppure no è un mero esercizio retorico, per Deleuze, privo di senso[8]. Il concetto di Cartesio ha il senso che le sue coordinate intensive, legate alle problematiche di riferimento, gli connotano.    

Ribadiamolo: possiamo definire il piano di immanenza e, soprattutto, lo possiamo rendere discorsivamente con affermazioni positive?

No, la risposta di Deleuze e Guattari è chiara. Infatti il Piano, come affermato, non è un concetto, piuttosto dobbiamo immaginarlo come un’intuizione, una comprensione pre-concettuale che orienta e determina il pensiero. Il Cogito di Cartesio (foto) nasce quando vengono messi tra parentesi tutti i pre-concetti che avevano definito l’individuo fino ad allora, ad esempio quale animale razionale come voleva Aristotele.

Ritirando le fila…

Il piano di immanenza è l’orizzonte orientante il pensiero, l’apertura del pensiero[9].  Questa pre-disposizione orientante lo sguardo concettuale, a sua volta, non è un concetto, quindi non può essere oggetto di produzione discorsiva positiva ma soltanto metaforica, per accenni, esperienze, intuizioni.[10]

Quanto affermato mostra la genesi di ogni pensiero in un elemento pre-filosofico non indagabile per concetti[11]. Questa, che Deleuze definisce anche “immagine del pensiero”, rappresenta la dimensione cui il pensiero stesso non può avere accesso e che, però, lo determina orientandolo. Il movimento attraverso il quale il piano fende il caos in-tavolando un luogo prospettico dal quale si origina il pensiero rende la filosofia di Deleuze una implicita, quanto chiara, de-costruzione, per le pretese fondative di quei pensieri positivi che ritengono di poter indagare principì e fondamenti considerandoli possibili oggetti del concetto.

Una Cosa, un Evento estatico, una perdita, un’atmosfera, una intuizione, un clima, un sistema di forze, un insieme di intensioni, un’immagine, una direzione, una prospettiva, im-pensabile. Un piano di immanenza. Un inconscio.

 

Per chi volesse approfondire:

-          Gilles Deleuze, Felix Guattari, Che cos’è la filosofia?, Einaudi, Torino 1996.

-          G.Deleuze, Differenza e ripetizione, Raffaello Cortina, Milano 1997.

-           Deleuze G., la logica del senso, Feltrinelli, Milano 1975.

-          Deleuze-Guattari, Millepiani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi 2010

-          J.Lacan, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi. Seminario XI, Einaudi, Torino 1973.

-          J.Lacan, L’etica della psicoanalisi. Seminario VII, Einaudi, Torino 1994.

-          Agamben, l’aperto, Bollati Boringhieri, Torino 2002.

-          Antonio R. Damasio, L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi, Milano 1995

-          De Certeau M., Storia e psicoanalisi. Tra scienza e finzione, Bollati Boringhieri, Torino 2006.

-          De Certeau, Sulla Mistica, Morcelliana, 2010.

-          J. Sipos, Lacan et Descartes, P.U.F., Parigi 1994.

-          D.Tarizzo, IL desiderio dell’interpretazione, La Città del Sole, Napoli 1998.


Note.

[1] J.Lacan, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi. Seminario XI, Einaudi, Torino 1973, pagg.30-31.

[2] J.Lacan, I quattro…cit., pag.30-31

[3] G.Deleuze, Differenza e ripetizione, Raffaello Cortina, Milano 1997, cap.3.

[4] Cfr. C.F.p. 25.

[5] La sostanza di Spinoza

[6] Cfr. C.F., p. 15-16-17.

[7] Cfr. C.F., p. 15

[8] Cfr. Antonio R. Damasio, L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi, Milano 1995.

[9] Agamben, l’aperto, Bollati Boringhieri, Torino 2002.

[10] L’esperienza mistica quale non detto che sta dietro simile prospettiva.

[11] Cfr. Karl Rahner

3 commenti su “Il Piano di immanenza: un “serbatoio” inconscio .

  1. Quando sento parlare di “piano di immanenza”, “pre-luogo”, “inclinazione”, “Assente necessariamente presente”, “beanza dell’inconscio”, “oltre-Limite pre-ontologico”, “funzione dell’impossibile”, “la “grande” allucinazione dell’incontro con l’Assente” mi fa pensare a Emanuele Severino e mi viene l’orticaria.
    Il povero Deleuze ha un piano di immanenza troppo ristretto e vorrebbe imporlo agli altri. Se le cose stessero come dice lui saremmo ancora ognuno chiuso nella sua grotta con in mano un bastone, e non ci sarebbe stata nessuna evoluzione del patrimonio culturale dell’umanità. Ma ragionando così, dove vanno a finire l’approccio sistemico alla complessità e le possibilità aggregative delle intuizioni?
    Secondo me solo per gli ottusi “Ogni produzione concettuale si inscrive in un gioco veritativo che è tale solo in relazione a certe pre-condizioni che ne determinano l’orientamento”. E se il mio gioco veritativo avesse come pre-condizione il non avere orientamento?
    E poi: “ La beanza dell’inconscio potremmo definirla pre-ontologica”. Ma siamo ancora a questo punto. cioè a una sorta di spiritualità data e non costruita dalla nostra mente? Come si fa a non vedere che non esiste nessuna possibilità di attività conscia o inconscia, se si prescinde dal poter affibbiare una valenza all’esperienza e quindi dall’ontologia.
    Come si fa a non capire che “Il Piano di Immanenza è quell’intuizione pre-concettuale, e quindi pre-filosofica, che orienta il pensiero lungo “certi” sentieri.” è invece costruito dal continuo confronto dei dati dell’esperienza attuale con quelli di quella memorizzata?
    Io dico che è il rapporto soggetto-oggetto che struttura il piano — e non che ne discende —, e questo non verte verso un centro, ma “parte” dal centro e si espande per dare senso alla vacuità dell’Essere. E non si può affermare che “I concetti sono tali nella loro singolarità in quanto produzioni di questo Uno sempre diverso.”? È una pazzia! Sono i concetti a produrre l’uno, che è sempre diverso a causa dei diversi concetti che lo alimentano.
    Insomma, se questi sono i grandi umanisti del ’900 ne sono affranto. Manca tutto l’apporto scientifico fenomenologico, la frattalità, l’olismo sistemico, l’evoluzionismo della mente… e potrei continuare, ma e meglio che vada a studiarmi qualcos’altro….

  2. rozmilla scrive:

    Ho cercato più volte di cliccare “mi piace” ma, non so per quale motivo, non succede niente. Quindi lo scrivo. Ottimo post, molto interessante – per me: bellissimo!
    Deve essere un periodo in cui mi sto inclinando verso gli stessi piani d’immanenza di Deleuze, o similari :-)
    D’altra parte non sono un cervellone, per cui non riesco nemmeno a comprendere le obiezioni del commento precedente. Non so, i piani d’immanenza non potrebbero essere semplicemente “variabili”, nel senso che potremmo, col divenire e l’esperienza, scivolare dall’uno all’altro uno, sempre diverso? Ma potrebbero essere anche più di uno contemporaneamente .. Perché necessariamente uno? (ho sempre trovato l’Uno riduttivo)
    Dovrò approfondire l’argomento. Anche se, soltanto leggere “piani d’immanenza”, per me è stata una specie di illuminazione – piccolo satori, dai, non esageriamo ..
    grazie Fabio

    • sentierierranti scrive:

      Grazie mille Rozmilla :) Quest’articolo è di qualche anno fa, oggi, credo, lo riscriverei in maniera diversa tenendo in considerazione anche le obiezioni del commento precedente; l’argomento di fondo, però, la conciliabilità tra il PI e l’inconscio, è una mia convinzione che non passa; continuo, nel tempo libero a raccogliere materiale sull’argomento, magari, prima o poi, vien fuori qualcosa ;)

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