Il “fabbro” del concetto: Gilles Deleuze.

 

di Fabio Milazzo

Gilles Deleuze nell’ultimo lavoro a “quattro mani” compiuto con Felix Guattari, “Che cos’è la filosofia”, cerca di operare una “grandiosa” ricognizione prospettica sul proprio lavoro. Che cosa ha fatto durante tutta la carriera, si domanda? Quale la natura dell’oggetto di decennali riflessioni?

Egli afferma che tali interrogativi sono possibili soltanto al tramonto del proprio percorso, quando quest’ultimo si è dispiegato e i diversi “sentieri” lungo i quali ci si è inoltrati hanno mostrato i “luoghi” visitati, le città incontrate, gli incontri fatti. Quando  è maturato il coraggio necessario per parlare “concretamente”.

In cosa consisterebbe il procedere “filosofico”? Cosa lo distinguerebbe dall’operare delle scienze? Quali le differenze rispetto all’arte?

In questo ultimo, “grande”, libro, Deleuze cerca di offrire alcune risposte a queste domande.

 L’architrave procedurale individuata da Deleuze quale caratterizzante il procedere filosofico è la produzione di concetti. Il filosofo, in altre parole, si occupa di “formare, inventare, fabbricare concetti” in relazione a problemi specifici.

La filosofia è quel genere letterario  che problematizza l’essere attraverso la produzione di concetti. Precisiamo che Deleuze non riconosce uno statuto di formazione discorsiva al genere “filosofia” perché essa non mette in comunicazione proposizioni, essendo quest’ultime sempre riferite ad uno stato di cose. Se, però,  con procedura discorsiva intendiamo il “luogo” delle interazioni semantiche  capaci di produrre l’evento ecco che l’orizzonte cambia radicalmente.

Ma cosa sono i concetti?

Secondo Elisabetta Lalumera (“cosa sono  concetti”, p. 5) i concetti sono rappresentazioni delle categorie e, queste ultime, sono degli insiemi di cui fanno parte gli “oggetti” che condividono le medesime proprietà.

Restano in ombra alcuni interrogativi. I concetti esistono? Quali sono i criteri di individuazione dei concetti? Ancora: i concetti sono per tutti gli stessi? Quanto sono legati al serbatoio di significati dal quale traiamo i nostri discorsi?  Nell’ ordine significativo che ci costituisce in quanto singolarità (il mio esperire, e quindi creare, un mondo) i concetti che ruolo rivestono? Le cose e i concetti in che relazione stanno?

Deleuze attraversa alcune di queste questioni con il suo stile diagonale, per lampi, intersezioni, offrendo alcuni squarci ma non risposte definitive, e, forse, questo procedere è indicativo proprio della prospettiva adottata.      

Con il solito argomentare “allegro e gioioso” tipico della propria prosa, Deleuze afferma che il filosofo è deputato alla produzione di concetti atti a far “implodere” problematiche singolari e individuali.

Il concetto si origina sotto la spinta di una “questione” che ne richiede l’essere. Un problema= un concetto. Se sviluppiamo questa linea di ricerca però non possiamo considerare più così scontato il legame sopra presentato tra concetti e categorie. Infatti, alla categoria, quale insieme di proprietà predicabili di un determinato insieme di enti,  dovrebbe corrispondere un concetto (quello di cane per l’insieme di quadrupedi appartenenti al medesimo genere e alla medesima specie) ma, secondo Deleuze, il concetto di cane, lungi dall’essere un’etichetta, è singolarmente legato alla composizione di colori, pose, versi, movimenti, sguardi, che individuano un cane piuttosto che un altro. Il concetto non ha referenza in quanto è auto-referenziale rinvia sempre a se stesso e al mondo che crea nel momento stesso in cui accade in quanto evento. (C.F.p. 12).

Non c’è un concetto per la specie cane ma questo non vuol dire che non ci sia un’idea di quadrupede che abbaia. Solo che <<ogni concetto ha delle componenti e si definisce a partire di esse: il concetto ha dunque una cifra. E’ una molteplicità.(…). Non ci sono concetti ad una sola componente. Ogni concetto rinvia ad un problema, a problemi senza i quali non avrebbe senso.>> (C.F., pp.5-6). Possiamo operare una differenziazione tra concetti e idee? Gli uni singolari, le altre rappresentazioni delle “cose” ?

Il concetto è il frutto di una sollecitazione dell’essere e, forse, in questa affermazione possiamo “incontrare” la distanza massima tra il pensiero Deleuziano   e certo solipsismo vagamente neo-idealista o post-modernista. Il “fuori”, quel “qualcosa” che possiamo chiamare “mondo”, sollecita la produzione di concetti che singolarmente tentano di ri-significare l’essere in un processo potenzialmente senza fine. 

Il filosofo si occupa di concetti, sa <<quali sono quelli mal posti, arbitrari, inconsistenti, quelli che non resistono un solo istante>> (C.F., p.7).

I concetti, in tale ottica, hanno il compito di segmentare il reale fornendogli una “chiave di senso”. Ciò che è importante precisare è la natura “evenemenziale” di queste invenzioni che, lungi dall’essere rintracciati nel platonico mondo delle idee, nella tradizione o nel bagaglio di altri pensatori, sono tali soltanto nella misura in cui riescono ad intersecare il sensibile. E, quest’ultimo, essendo magmaticamente in divenire, come ben sapeva Eraclito, non è mai (lo stesso).

In tal senso, la posizione di Deleuze mi sembra per certi versi affine a quella di Umberto Eco che ne “I limiti dell’interpretazione” afferma che il “dato fuori di noi” conserva una “disposizione ultima” a non essere plasmato indefinitamente. I concetti sono creati, anzi inventati ma solo nel senso che vengono alla “luce” per occupare una “vacuità” del sensibile, uno spazio vuoto di senso che attende di essere colmato.

Alla stregua di un fabbro del tutto particolare, il filosofo deve martellare, curvare, tagliare il concetto che crea per adeguarlo al sensibile che lo reclama. Ogni forgiatura semantica è una singolarità ir-riproducibile in quanto frutto dell’opera dell’artigiano, del materiale utilizzato e delle richieste della committenza, cioè dell’Altro. Una lavorazione che è il frutto di una continua ibridazione.  

Proprio la dimensione legata al “fuori”, al fenomeno, è quella che rende singolare la proposta “deleuziana”. Quest’ultimo, infatti, ritiene i concetti delle risposte che il pensatore “offre” a specifici problemi empirici. Ciò che bisogna precisare è che i concetti non esistono quali “idee platoniche” o corpi celesti. <<Non c’è un cielo per i concetti>>. Essi devono essere fabbricati caso per caso. La loro natura singolare è legata alle problematiche sempre diverse cui cercano di offrire soluzione. Per tal ragione i concetti si possono “costruire” utilizzando altri concetti che, però, entrando a far parte della “nuova” molteplicità, pur mantenendo la loro individuazione, diventano inscindibili, <<questo è lo statuto delle componenti, ciò che definisce la consistenza del concetto, la sua endo-consistenza>> (C.F, p.9)

Ma, quindi, cos’è un concetto per Deleuze?

Un concetto è una molteplicità semantica atta ad offrire ri-soluzione ad una problematica senza la quale non avrebbe senso. Un problema mal posto o non considerato, reclama un concetto i cui contorni si andranno a ritagliare uno spazio nel “vuoto” cui cerca di inserirsi e che cerca di colmare offrendo un contributo di senso.

Ogni concetto è un tutto frammentario costituito da molte parti, a loro volta componenti di altri concetti prodotti per offrire “risposta” ad altre problematiche. Immaginiamo un concetto alla stregua dell’abito multicolore di Arlecchino.

Il concetto non deve essere confuso con le proposizioni. Queste ultime si riferiscono a stati di cose o a stati di corpi, mentre invece i primi dicono la natura evenemenziale del problema che divenendo non cor-risponde a rappresentazioni dative.

Ma se non esiste un mondo dei concetti, un luogo contenente l’insieme di concetti pronti per essere utilizzati in relazione alle classiche problematiche della filosofia, “dove” si originano queste “pietre da muretto a secco” pronte, una volta venute alla luce, per essere “incastrate”? Non le possiamo ridurre a mere “costruzioni sociali”, infatti è “sempre” il sensibile che origina un determinato concetto. Possiamo parlare di “costruzionismo empirico”?

La filosofia, quindi, ha quale attività caratterizzante la produzione di singolarità semantiche, i concetti, utili per risolvere problemi specifici. Essa non serve per riflettere sui saperi costituiti, semmai, attraverso i concetti che crea, essa li ri-definisce. Non è neanche pratica comunicativa, infatti, in tal senso si ridurrebbe ad “apologia della doxa”, ed i concetti, in quanto singolarità, non possono essere confrontati, essi “funzionano” o no. Essi creano mondi, universi di senso e non c’è alcun meta livello dal quale decidere il valore di un piano piuttosto che un altro, di una galassia piuttosto che un’altra.

Il concetto dice sempre l’evento, mai la cosa, è una “haecceitas” , occupa un vuoto in relazione alle condizioni del problema cui si riferisce. Non esiste una grammatica filosofica, essa sarebbe priva di senso, in quanto i concetti non hanno referenze e non possono occupare uno spazio in una proposizione. Essi dicono l’evento , non lo stato delle cose.

I concetti sono palle di cannone sparati per demolire problemi. Il loro senso è il loro uso, singolare. Il loro accadere coincide con la produzione di un mondo. Ogni produzione concettuale, quindi, non può che avere un valore di verità relativo alle proprie condizioni di origine, al problema cui cerca di offrire soluzione e al piano sul quale si situa. Ma esistono concetti migliori di altri?  Deleuze risponde che un concetto è migliore di un altro soltanto perché <<fa intendere nuove variazioni, risonanze sconosciute, opera tagli insoliti, apporta un evento che ci sorvola>>(C.F., p.17). In altre parole perché crea “altri mondi”.

Ma se il linguaggio si riduce al “logo” della chiacchiera buona per tutti gli usi, quale lo spazio per la filosofia? Questo, forse l’interrogativo che più lacera chi ancora ritiene la realtà non un dato ma un divenire frutto di effetti di senso. Se la comunicazione si riduce ai “mi piace” di Facebook o agli emoticons degli sms, quali le reali possibilità di forzare gli orizzonti di senso reificati dal “discorso del capitalista”? In questa intersezione problematica possiamo incontrare le ragioni per una (ri)scoperta della filosofia quale “macchina” per la produzione di concetti-proiettili, gli unici capaci di perforare il muro di gomma che cela gli infiniti, possibili, paesaggi del reale.

2 commenti su “Il “fabbro” del concetto: Gilles Deleuze.

  1. polifonie scrive:

    Carissimo Fabio, grazie per questo tuo articolo. Sei sempre stimolante!
    Claudia B.

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