Laura Bazzicalupo, Biopolitica.Una mappa concettuale, Carocci ed., Roma 2010, pagg.137.

 di Fabio Milazzo

Perchè questa post modernità ha assunto una dimensione radicalmente “altra” rispetto alle altre epoche che ci hanno preceduto? E perchè è importante analizzare questa che apparentemente si presenta come una domanda “banale” (non esistone due epoche “uguali”, ovviamente)?

Una filosofia intesa come ontologia dell’attualità o storia del presente non può esimersi dal cercare di indagare le specificità sopra indicate.
Il termine che, pur essendo divenuto eccessivamente “di moda” (quindi vago) e poco “caratterizzante” (a dispetto dell’utilizzo tecnico), può “illuminare di senso” tali interrogativi, è quello di “biopolitica”.

Il lemma è la costruzione derivante da due concetti, bios, la vita e la politica. Immediatamente ci suggerisce un legame tra la politica e la vita.
Ma di quale legame si tratta?
Non è un interrogativo retorico (vita e politica sono sempre state legate: di cosa si occupa in senso lato la vita se non di politica?). La specificità della costruzione concettuale (almeno in senso tecnico) verte proprio sulla tipologia del legame.

Si parla di “biopolitica” per definire una realtà sociale nella quale la politica si occupa di vita, per meglio dire la politica “si fa carico del corpo di quelli che governano e di quelli che sono governati”.
Come disse Foucault: la politica non si preoccupa più di sanzionare con la pena di morte la condotta illecita, e quindi di “permettere” la vita al resto dei cittadini ma si preoccupa di garantire la vita, si fa, cioè, principalmente carico della vita dei governati. La governa, la cura, in un certo senso la plasma decidendone le coordinate.

Il termine cardine nella coppia concettuale è “vita”.
Cosa è la vita?
Come afferma l’autrice, il concetto è indefinito, indeterminato, sfuggente, ergo ben si presta alla genericità tipica della neo-lingua in auge nel post-moderno.
Affermato ciò bisogna riconoscere che il termine “vita”, nel concetto bio-politica, è sempre stato cor-relato ad una particolare interpretazione di cosa si intende per bios. Ciò che è vivente è il prodotto discorsivo delle scienze della vita e della biologia.

La genericità e la vaghezza semantica richiedono dei chiarimenti.
Il testo della Bazzicalupo ha chiari intenti introduttivi e questo non ne scredita il valore. Di delucidazioni sul concetto di biopolitica se ne sente l’esigenza.

Nella prima parte, l’autrice si preoccupa, soprattutto, di chiarire il senso comune del termine “biopolitica” e mostra l’insufficienza della grammatica politico-giuridica attualmente “utilizzata” per “narrare” i fenomeni cor-relati. Stato, governo, sovranità, democrazia sono concetti abusati e legati a concezioni non attuali che non riescono a significare esaurientemente (se mai questo è possibile) il vivere politico.

L’autrice si preoccupa poi di offrire una genealogia novecentesca della semantica del termine “biopolitica”. Paradigmi socio-biologici, scienze della vita, post-filosofie, sociologie e post-human si intrecciano attraverso una continua contaminazione dei concetti presenti nella narrazione della galassia politica con prefisso “bio”.

La Bazzicalupo si sofferma poi sulla definizione (a dir la verità vaga) che del concetto ha dato Michel Foucault nel celebre corso al College de France. All’incrocio tra potere e sapere la biopolitica, con Foucault, è il luogo nel quale il governo si fa carico delle nude esistenze dei governati, plasmandole e definendole ab initio.
Quali sono gli effetti di potere indotti dalle verità scientifiche sulla “natura umana”? Come si definisce l’esser-ci nel suo essere prodotto da ordini discorsivi che si riconoscono nelle verità prodotte dalle scienze “bio”?
Questi gli interrogativi da cui si dipartono le successive definizioni concettuali del termine biopolitica.

Dopo Foucault il concetto di “biopolitica”, assume una valenza centrale nelle odierne produzioni discorsive sul potere. Il lemma viene sviluppato per “linee di fuga” divergenti rispetto ad un “centro” attorno al quale si addensano gli interrogativi sopra esposti.

Il testo esamina quindi le affermazioni di Agamben, con l’esaltazione del concetto di “nuda vita” e la declinazione tanatologica di quest’ultima soggetta a continua e indefinita incubazione.
Vengono passate in rassegna anche le posizioni, a tratti lontanissime, di Negri (e Hardt), con il tentativo di trarre dalla declinazione vitalistica del concetto di “moltitudini” nuove semantiche per la politica del post- socialismo, e le riflessioni si Sloterdijk che analizza i processi di “addomesticamento” cui è soggetto l’individuo post-umano.

Infine un certo “spazio” viene riconosciuto a Roberto Esposito, autore di una delle sintesi “impegnate” più note sul tema della biopolitica: “Bios” (Einaudi). Le riflessioni di quest’ultimo, originate dalle analisi sul concetto di “immunità”, cercano di problematizzare il concetto “vago” di persona evidenziando la declinazione de-soggettivata.

Il testo si conclude con alcune riflessioni su Ranciere che afferma, diversamente dagli autori summenzionati, il necessario rilancio delle soggettivazioni in chiavi di affermazione e lotta politica antagonista.

Una carrellata necessaria, questa della Bazzicalupo, che “tocca” i temi “caldi” dell’attuale riflessione filosofico-politica (e non solo). Temi per lo più oscuri alla maggiornaza dei “cittadini”. Questo volume è un’ottimo antidoto a tale oscurità.

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