M.De Carolis, La vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Bollati Boringhieri, Torino 2004, pp.261.

di Fabio Milazzo

Le tecno scienze sono quell’insieme di saperi che si occupano di indagare l’ente uomo riducendolo alle sue coordinate biologiche. Esse rappresentano il paradigma dominante nel campo degli studi odierni sull’uomo.

Le implicazioni di ciò per la ri-definizione del nostro esserci vengono indagate dal lavoro di De Carolis.
Ridurre l’uomo alla sua “essenza” biologica significa abbattere tutti i “classici” steccati che da sempre hanno reso l’uomo un “animale speciale”.

L’ingegneria genetica, in tale ottica, mira alla perimetrazione degli elementi ultimi costituenti la presunta “natura umana”. Il fine (o i fini) che stanno dietro tale progetto sono, al momento, solo in parte immaginabili.

E’ bene rimarcarlo: l’uomo in ultima istanza non sarebbe altro, nelle sue componenti fondanti, che una macchina biologica, indagabile e ri-costruibile nei suoi singoli costituenti.

A ciò il dibattito odierno sembra “accendersi” illuminato dalle possibili implicazioni in termini di risoluzione delle diverse patologie oggi conosciute. In realtà la posta in gioco è molto più alta ed è legata alla possibile riduzione dell’ente uomo ad una macchina, scomponibile nelle sue unità minime, e riprogrammabile secondo le più diverse linee e istanze.

Il problema, indagato dall’Autore, non risiede nella presunta pervasività della tecnica, sorta di mostro avvolgente le istanze spirituali dell’ homo religiosus, bensì nel riduttivismo del paradigma epistemologico che permette le odierne definizioni di “natura umana”.
Il paradigma citato parte dall’assunto secondo cui l’universo di senso abitato dall’uomo sarebbe riducibile ad un insieme di ambienti riproducibili, modificabili e plasmabili.

Tali “luoghi” sarebbero caratterizzati dalle possibili aperture di senso, a differenza dell’universo animale limitato dagli istinti. Ovviamente dietro tali considerazioni cisono gli studi di Gehlen sull’antropologia umana.

L’animale reagirebbe meccanicamente a determinati stimoli ambientali sulla base di una dotazione biologica che, in un certo senso, pre-determinerebbe la natura delle risposte.

L’uomo, invece, per una serie di motivazioni (legate alla lunga infanzia ad es.) non sarebbe progettato, per via di una ricchezza biologica, per offrire una serie di risposte automatiche agli input provenienti dall’esterno.

Precisando, gli stimoli cui l’uomo sarebbe soggetto, e a cui non saprebbe rispondere istintivamente, sarebbero molto più numerosi di quelli cui è soggetto l’animale, per tale ragione egli sarebbe costretto a “colorare” tali input attraverso il “senso” (i significati),ciò gli permetterebbe di orientarsi senza rimanere “schiacciato” in questo profluvio di segnali.

In tale lettura, ripresa da De Carolis, la principale differenza tra l’uomo e gli animali sarebbe costituito dal fatto che i primi devono organizzarsi il mondo attraverso i significati, mentre i secondi sono progettati per riconoscere e rispondere a determinati segnali offerti dall’ambiente.

Dunque, la manipolazione simbolica degli stimoli provenienti dall’ambiente sarebbe la caratteristica fondante la specie uomo (quella per la quale si produce cultura), quella che permetterebbe la stessa sopravvivenza della specie.
Il programma delle tecniche biologiche avrebbe come fine quello di ridurre, semplificare, gli ambienti costituiti dall’organizzazione semantica degli stimoli ambientali così come avviene per naturale costituzione dell’essere uomo.

Per essere più chiari il progetto è quello di limitare la complessità degli universi di senso organizzati dall’uomo.

Il fine ultimo? Una sempre più organizzata forma di controllo della realtà semantica prodotta dall’uomo, quindi, semplificando, l’addomesticamento della specie umana. L’archetipo sembra essere costituito dalla macchina di Turing.
Uno dei pregi dell’opera di De Carolis è legata all’esposizione ragionata del perché l’uomo non è riducibile ad una complessa macchina calcolatrice.
L’Autore si dilunga, poi, sul perché tale operazione risulta essere pericolosa. Il motivo risiede nella ridefinizione di quella “griglia epistemologica” con cui ci siamo riferiti all’insieme delle caratteristiche proprie della specie umana.

Questa griglia, la cosiddetta natura umana, ha la caratteristica di ri-definirsi in base agli effetti della nominazione, in altre parole ci stiamo qui riferendo alle classificazioni interattive di I.Hacking.

Secondo queste ultime il modo in cui classifichiamo la realtà (in questo caso l’uomo) contribuisce alla ri-definizione dell’universo semantico nominato.

Per essere più chiari, credere in una natura umana riducibile alle sue componenti biologiche permette una serie di operazioni (le tecniche dell’ingegneria biologica) capaci di ri-plasmare l’universo uomo.
Il grosso pericolo è quello di rendere a tal punto elementare l’insieme semantico dell’uomo da renderlo non dissimile dall’animale da cui si sarebbe evoluto.
De Carolis oppone ai pericoli citati la sua ricetta, quella, cioè, di lavorare affinchè la scienza operi con paradigmi sempre meno riduttivi, capaci di tenere in considerazione la multiforme complessità semantica dell’ente uomo.

Certo la proposta è abbastanza generica, anche se credo l’opera non ne risenti essendo, soprattutto un’esaustiva analisi delle problematiche legate all’uso delle bio-tecniche.

M.De Carolis, La vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Bollati Boringhieri, Torino 2004, pp.261.

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